Il bambino ospedalizzato: emozioni e reazioni dal bambino alla famiglia

L’idea comune di ogni genitore è il desiderio di assenza di sofferenze, di qualsiasi natura, per il proprio figlio. Nascono le immaginazioni, si sviluppano le speranze. Ogni mamma ed ogni papà vorrebbe l’infinita felicità per il proprio bambino, un mondo dove la malattia resta fuori dalla realtà. La fantasia è solo un tenero palliativo per reagire al dolore, poiché ogni persona ha bisogno di credere a qualcosa che sia anche solo pensabile. Si ha bisogno dei miracoli per credere al possibile, si ha bisogno di aggrapparsi, che sia a Dio o alla religione, che sia alla scienza o alla famiglia. Si ha bisogno di sperare. Immaginiamo la malattia di un bambino, per esempio. Immaginiamo che quest’ultima comporti l’ospedalizzazione. Quali emozioni, quali reazioni si presenterebbero in concomitanza alla notizia dell’ ingresso all’ospedale. Premessa di base è che spesso quest’ultime sono filtrate dai genitori, tanto più essi porteranno ansia e sproporzionate preoccupazioni tanto più il fanciullo manifesterà un sentimento che apparterrà maggiormente all’adulto. Rappresentiamo un bambino di fronte una problematica. In età evolutiva non si è totalmente consapevoli delle adeguate strategie per affrontare un dolore fisico e mentale per cui il bambino procede per tentativi ed errori, un po’ come capita anche negli adulti. Nell’eventualità che il bambino sia costretto ad un ricovero ospedaliero vivrà un senso di disorientato in un mondo che non sente proprio, percepito punitivo. Il bambino viene catapultato in una realtà nuova non solo in termini di malattia, ma anche come distacco dalla propria quotidianità e familiarità dove non esistono confini di spazio e di tempo. La scuola, la famiglia, la sfera amicale si adatta a ritmi e orari controllati, dove il bambino spesso si sente quasi “ una vittima” di obblighi ospedalieri. Se il tempo in ospedale si prolunga rispetto alle aspettative del bambino, quest’ultimo potrebbe sentirsi in diritto di arrabbiarsi. La rabbia si presenta in diverse forme più o meno manifeste. La rabbia non si osserva esclusivamente in agiti violenti o parole furiose. La rabbia di un bambino è anche osservabile in una agitazione motoria, nell’ansia e nella preoccupazione di non poter tornare a casa. La rabbia potrebbe generare forme di psicosomatica nel bambino. Tra i casi più frequenti troviamo i disturbi del sonno e gastrointestinali, ovvero il mal di pancia quale mal di ospedale. A seconda dell’età, della malattia, della personalità, il bambino mette in atto determinanti comportamenti. Spesso quest’ultimi non sono solo correlati all’ambiente artificiale dell’ospedale, piuttosto essi sono specchi, echi dei propri genitori. Ecco che l’ansia e la preoccupazione di una madre diventa la stessa del proprio figlio. Per cui egli porta un qualcosa che non è suo. È necessario una buona mediazione a partire dai genitore, i quali devono essere supportati e assistiti dall’equipe medica. Il bambino deve capire, ha bisogno di capire, perché è stato ricoverato affinché possa reagire adeguatamente. Attraverso numerose ricerche è stato constatato quanto sia fondamentale creare un ambiente di socializzazione, condivisione del problema, imparando e insegnando tra i bambini. Condividere risulta essere un modello di riferimento per l’appoggio morale e supportivo tra i bambini. Il bambino deve ricordarsi che non è solo. Non serve un linguaggio medico e distaccato, piuttosto uno di facile comprensione. Il giusto equilibrio sta nello svolgere un buon contenitore, come suggeriva Bion, della sofferenza del fanciullo. Il mondo del bambino sarà anche complesso, ma non di impossibile accesso per cui per capire è necessario accedere al bambino che è in sé, provare a pensare e a guardare con gli occhi di un bambino. Un po’ come ricordarsi l’infanzia che fu.